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Epicondilite: cause e rimedi per il “gomito del tennista”
Il gomito è un'articolazione complessa che collega braccio e avambraccio, composta da tre articolazioni principali. Traumi e patologie possono alterare l'equilibrio muscolo-legamentoso, necessitando l'intervento di un fisioterapista. Il trattamento include terapia manuale, fisica ed esercizio terapeutico. Questo articolo esplora l'anatomia del gomito, i meccanismi lesivi e gli approcci riabilitativi per l'epicondilite, o gomito del tennista.
Epicondilite: cause e rimedi per il “gomito del tennista”
Scopriamo insieme come migliorare questa condizione invalidante presso il nostro Centro di Fisioterapia ed Osteopatia a Roma Balduina
• Introduzione
• Cenni anatomici
• Muscoli epicondiloidei: a cosa servono?
• Origine dell’epicondilite
• Epicondilite: come intervenire?
• Epicondilite: l’utilità dello split o tutore
• Esercizi per curare l’epicondilite
• Epicondilite: come prevenirla?
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Introduzione
Il gomito è quella parte dell’arto superiore che mette in comunicazione il braccio con l’avambraccio. Nel mondo riabilitativo, l’articolazione del gomito risulta abbastanza complessa da trattare a causa della sua particolare biomeccanica articolare. Nonostante ciò risulta facile reperirla vista la superficialità delle componenti ossee che la compongono. Come vedremo più approfonditamente nel paragrafo successivo, il gomito si compone da 3 articolazioni principali, che ne consentono il movimento nei tre piani dello spazio di (flesso-estensione e prono-supinazione). Nel momento in cui l’articolazione del gomito subisce un trauma, o interessata da una qualsiasi patologia, viene alterato l’equilibrio muscolo-legamentoso e i fisiologici rapporti articolari che, per tale motivo, richiedono l’intervento di un professionista.
Tale intervento è lasciato nelle mani del fisioterapista che, per rispristinare l’equilibrio anatomo-fisiologico, si servirà di un piano terapeutico integrato, composto da:
- Terapia manuale: osteopatica, chiropratica, fasciale ecc…
- Terapia fisica: laser, tecarterapia, ultrasuoni, ipertermia, correnti antalgiche ecc…
- Esercizio terapeutico: attivi, attivi-assistiti e contro-resistenza;
Come si evince dal titolo, tratteremo l’epicondilite o il gomito del tennista. Partiremo dalle basi anatomiche per capirne di più sui meccanismi lesivi ed infine, attingeremo insieme, a quelli che sono gli aspetti riabilitativi e preventivi rispetto tale patologia. Buona lettura!
Cenni anatomici
L’articolazione del gomito, appartenente all’arto superiore, si compone di tre capi articolari; il primo appartenente alla porzione del braccio e gli ultimi due appartenenti all’avambraccio.
Pertanto, abbiamo l’estremità distale dell’omero, di forma cilindrica nella sua porzione centrale (diafisi) e tende ad appiattirsi ed allargarsi verso la porzione distale dell’omero (epifisi) conferendogli anche il nome di “paletta omerale”. L’estremità laterale e mediale di questa porzione prendono il nome, rispettivamente, di epicondilo ed epitroclea.
Da questi ultimi, centralmente, prendono origine:
- Il capitello omerale: o capitello dell’omero, si trova lateralmente rispetto alla posizione anatomica. È di forma emisferica e si articola con la porzione prossimale del radio, detto capitello radiale o testa del radio
- La troclea omerale: si trova medialmente rispetto alla posizione anatomica. È di forma concava ed ospita il margine prossimale dell’ulna, definita incisura trocleare, delimitata anteriormente dal processo coronoideo e posteriormente dall’olecrano.
Le estremità distali dell’omero insieme al capitello radiale e incisura trocleare, danno origine alle tre articolazioni funzionali del gomito, quali:
- Omero – radiale, si compone dal condilo omerale e dal capitello radiale;
- Omero – ulnare, si compone dalla troclea omerale e dall’incisura trocleare dell’ulna;
- Radio – ulnare prossimale, si compone dalla circonferenza articolare radiale, dall’incisura radiale dell’ulna e dal legamento anulare;
Il sistema legamentoso dell’articolazione del gomito è rappresentato dal:
- Legamento collaterale radiale;
- Legamento collaterale ulnare;
- Legamento anulare del radio;
I movimenti svolti dall’articolazione sono di:
- Flessione ed estensione;
- Pronazione e supinazione;
Questi movimenti sono favoriti dall’attivazione dei seguenti gruppi muscoli:
• Muscoli epicondiloidei, definiti così poiché presentano la medesima origine, a livello dell’epicondilo, e si inseriscono distalmente su avambraccio, polso e mano. Tra questi abbiamo:
- L’estensore radiale breve del carpo;
- L’estensore radiale lungo del carpo;
- L’estensore comune delle dita;
- L’estensore del mignolo;
- Il supinatore
• Muscoli epitrocleari, definiti così per la medesima origine a livello dell’epitroclea omerale e si inseriscono distalmente su avambraccio, polso e mano. Tra questi abbiamo:
- Pronatore rotondo;
- Flessore superficiale delle dita;
- Flessore radiale del carpo;
- Flessore ulnare del carpo;
- Palmare lungo;
Per quanto riguarda i muscoli che si inseriscono sul gomito, abbiamo:
- Muscolo bicipite brachiale, che si inserisce sul processo coronoideo dell’ulna;
- Muscolo brachio-radiale o brachiale;
- Muscolo tricipite brachiale, che decorre posteriormente, si inserisce sull’olecrano dell’ulna;
Muscoli epicondiloidei: a cosa servono?
L’attivazione di questi muscoli consente di estendere le dita delle mani, di estendere il polso sull’avambraccio e di svolgere una deviazione radiale. Grazie anche a questi muscoli riusciamo ad afferrare gli oggetti e, allo stesso modo, consentono di eseguire movimenti in torsione per favorire l’apertura delle porte o ad utilizzare un semplice cacciavite. Nel caso di epicondilite, tra i muscoli epicondiloidei elencati in precedenza avremo un particolare interessamento tendineo del muscolo estensore radiale lungo del carpo. Questo condizione è dovuta, soprattutto, a degli stimoli di sovraccarico del periostio che si ripercuotono sul punto di origine di questi muscoli.
Arrivati a questo punto della lettura, le domande che sorgono spontanee sono:
- Ma come si arriva a far infiammare questa struttura?
- Chi sono i soggetti più a rischio?
- Come possiamo prevenire tale condizione?
- Come possiamo curare tale condizione e soprattutto le tempistiche che ci attendono?
Durante la lettura dell’articolo troverai le risposte a queste domande interessanti. Buon proseguimento!
Origine dell’epicondilite
L’epicondilite o “gomito del tennista” è una tendinopatia inserzionale, ovvero una condizione infiammatoria di uno o più tendini sul punto di inserzione, che in questo caso prende il nome della sede di origine muscolare che è l’epicondilo omerale. Questa viene definita “gomito del tennista” poiché risulta abbastanza frequente nei tennisti ma non solo, anche in semplici operai che si ritrovano a sfruttare molto la porzione dell’avambraccio durante la giornata. In entrambi i casi, l’elevata incidenza è dovuta al continuo sovraccarico funzionale relativa a questa loggia muscolare che con maggiore probabilità va incontro a patologie da overuse.
Quali segni e sintomi vengono riportati in esiti di epicondilite?
Principalmente si ha dolore pungente, in alcuni casi può comparire rossore e gonfiore nella parte interessata, tanto da percepire la zona calda. Dalla body chart del dolore, la sintomatologia risulta ben localizzata sul punto di inserzione dei muscoli epicondiloidei visti in precedenza e, soprattutto nelle fasi iniziali, si esplicita sforzando il gomito o subito dopo l’attività. L’area della sintomatologia riferita dai pazienti risulta essere minima in questa fase, ci circa un centimetro quadrato.
Molte volte i pazienti sottovalutano tale condizione e tendono a protrarla nel tempo. Spesso la sintomatologia si annulla mettendo a riposo la parte per qualche giorno, utilizzando un tutore o assumendo dei FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), ma in altre circostanze la condizione tende ad acutizzarsi sempre più fino a diventare invalidante. Durante la fase sub-acuta, la sintomatologia tende a migrare fino ad irradiarsi al polso, oltre ad essere avvertita durante il riposo. Pertanto, risulta difficoltoso eseguire una semplice stretta di mano, girare la chiave della porta o addirittura portare delle semplici buste della spesa.
Se presenti alcuni di questi sintomi, non assecondare la tua condizione, ma rivolgiti ad un Centro di Fisioterapia di qualità!
Epicondilite: come intervenire?
Il fisioterapista, prima di effettuare qualsiasi terapia, svolge un’attenta valutazione della persona attraverso la raccolta dei dati anamnestici e degli impairment clinici inerenti alla patologia. Solitamente, nei Centri di Fisioterapia di alta qualità, il fisioterapista dedica circa un’ora di tempo a questa fase appena citata, non solo per il ragionamento clinico ma anche per conoscere meglio la persona, le sue abitudini e le attività che svolge durante il giorno. Tutto ciò ha come obiettivo quello di poter progettare un percorso riabilitativo specifico e unico di cui egli stesso sarà protagonista, per ottenere così il miglior beneficio possibile.
Per tale condizione si cerca di integrare diversi tools che sono a disposizione del fisioterapista, ovvero:
- Tecniche di terapia manuale: lo scopo è andare a migliorare le restrizioni di movimento delle tre principali articolazioni dell’arto superiore, spesso faremo affidamento a tecniche di decompressione, trazione e di mobilizzazione fasciale (es: massaggio funzionale o massaggio profondo trasverso di Cyriax) per riequilibrare così le tensioni fasciali.
- Terapia fisica: laser ad alta potenza, tecarterapia, ultrasuoni, ipertermia, interix, onde d’urto ed elettroterapie. Utilizzati sia per scopo antalgico che antinfiammatorio;
- Esercizio terapeutico: svolti per favorire un rapido recupero funzionale del gomito, velocizzando sia i tempi di guarigione del tessuto e sia per aumentare quello che è il tono-trofismo muscolare;
La scelta dei singoli mezzi fisici, delle tecniche manuali e del dosaggio degli esercizi sono resi unici e specifici per ogni singolo paziente, in funzione alla fase riabilitativa che si trova ad affrontare e alla patologia di base.
Epicondilite: l’utilità dello split o tutore
Molti pazienti con sintomatologia dolorosa ci pongono questa domanda e per tale motivo, spenderemo alcune righe su questo argomento interessante.
Nel caso dell’epicondilite, il tutore più utilizzato comprende una fascia elastica, composta spesso da tessuto in neoprene, contenente al suo interno uno spessore di pochi centimetri che, per essere efficace, dovrebbe essere posto sulla sede del dolore (in prossimità dell’epicondilo). L’obiettivo è quello di creare una minima compressione ischemica dell’area interessata e, allo stesso tempo, dare un input a livello del SNC. Soprattutto in pazienti che si apprestano ad affrontare la prima fase della patologia, risulta un’ottima strategia per andare a contenere meglio il dolore.; spesso lo si consiglia già dalla prima vista.
La tensione da dare alla fascia durante l’utilizzo, sia sul gomito che per altre articolazioni, non deve essere così eccessiva da evitare che il sangue arrivi ai tessuti, altrimenti rischiamo che l’effetto diventi controproducente e pericoloso. Per quanto riguarda la durata del suo utilizzo, si consiglia inizialmente di indossarlo durante le attività quotidiane, anche se queste richiedano uno sforzo minimo.
Esercizi per curare l’epicondilite
In questo paragrafo cercheremo di darti alcune nozioni utili su una fase importante del trattamento riabilitativo, ovvero l’esercizio terapeutico. In prima battuta, ci concentreremo su esercizi di allungamento dei muscoli epicondiloidei. L’allungamento massimo è reso possibile seguendo vari step:
1. Distensione del gomito;
2. Flessione e deviazione ulnare del polso;
3. Chiusura a pugno della mano con pollice avvolto dalle restanti dita;
Come per tutti gli esercizi di allungamento, solitamente si consiglia una posologia di 3-4 ripetizioni da 30-40 secondi, attendendo circa 30 secondi tra una serie e l’altra. L’esecuzione può variare da soggetto a soggetto.
A questi verranno abbinati esercizi a corpo libero e a catena cinetica aperta (la mano svincolata dal lettino o pavimento) consentendo di utilizzare oggetti come: pesi, pallina da tennis ed elastici. Si possono far eseguire degli esercizi dinamici funzionali ed esercizi statici isotonici.
Nel primo caso cercheremo di includere tutte e tre le articolazioni, enfatizzando il gesto sport-specifico (es: lancio della palla, aprire e chiudere dei barattoli).
Nel secondo caso utilizzeremo pesi ed elastici, sfruttando movimenti in flesso-estensione e prono-supinazione, prestando molta attenzione al carico in eccentrica (il muscolo attivo frena il movimento allungandosi) riducendo i sintomi e ripristinando così la funzione. La posologia sarà di 3-4 serie da 12 ripetizioni, con un minuto di riposo tra una serie e l’altra, da ripetere 3 volte a settimana. Nelle fasi iniziali, la resistenza verrà offerta dalla mano del terapista, il quale avrà maggiore controllo sulla prestazione del paziente, per poi progredire con gli elastici.
Lo scopo sarà quello di recuperare la forza e la resistenza, migliorando il reclutamento muscolare dei muscoli della mano ed epicondiloidei in questo caso.
Epicondilite: come prevenirla?
Ad oggi non possiamo pensare ad una prevenzione totale dalla patologia, quanto ad una riduzione importante dei fattori di rischio. Questo perché, in generale, non possiamo abbattere il rischio del 100% ma sicuramente possiamo adottare delle strategie utili a mantenere in salute i nostri tendini epicondiloidei.
Le categorie maggiormente a rischio di soffrire di epicondilite, sono:
• Tennista o padelista;
• Elettricista;
• Pugile;
• Autista o camionista;
• Altri soggetti che applicano degli sforzi ripetuti sulla zona dell’avambraccio quotidianamente.
Per ridurre al minimo i fattori di rischio risulta quindi importante svolgere degli esercizi di stretching (allungamento) dei muscoli dell’avambraccio alla fine dell’attività svolta. Anche massaggiarsi la parte con olio o creme antalgiche ed antinfiammatorie (es: arnica) consente di rilassare la parte interessata.
Se pratichi sport con racchetta a livello agonistico, per prevenire eventuali disturbi durante l’anno, può essere utile farsi valutare periodicamente da un fisioterapista specializzato, consentendo non solo una riduzione immediata della sintomatologia ma anche migliorare le tue performance sul campo da gioco.
BIBLIOGRAFIA
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